Giustizia: Antonio Battaglia lascia A.N.

(ANSA) - ROMA, 23 GEN - Il senatore Antonio Battaglia ha annunciato di essersi autosospeso da Alleanza Nazionale "per non coinvolgere il mio partito in vicende che non lo riguardano assolutamente". "'Ho preso questa decisione in riferimento alle presunte accuse di cui allo stato ho solo sentore dalla stampa e in relazione alle quali ribadisco la mia totale estraneita", ha detto Battaglia. Il senatore sarebbe stato iscritto nel registro degli indagati per concorso esterno in associazione mafiosa, in seguito alle dichiarazioni del pentito Nino Giuffré.

 

Mafia, parlamentari indagati
dopo le accuse di Giuffré

Con Mornino e Battaglia sotto inchiesta altri legali
di Francesco Viviano, tratto da La Repubblica, 23 Gennaio 2003

PALERMO - Pentiti e "dichiaranti" dicono che alla Camera ed al Senato della Repubblica siedono avvocati "candidati indicati ed eletti da Cosa Nostra " per "aggiustare" i loro (della criminalitá organizzata) problemi, per ottenere l'indulto, per eliminare il (l'Art.) 41 bis e per la revisione dei processi (ai mafiosi). Due onorevoli ed avvocati palermitani (Termini Imerese prov. di Palermo), Nino Mormino di Forza Italia, vice-presidente della Commissione Giustizia della Camera ed Antonio Battaglia,
 Comune di Termini Imereseil senatore Antonio Battaglia (di Alleanza Nazionale), da mesi sulle pagine della cronaca, prima per le minacce dei "bosses" in carcere e poi per le accuse del pentito Giuffré e del "dichiarante" Pino Lipari, sono stati infine iscritti nel registro degli indagati della Procura della Repubblica (italiana presso il Tribunale di) Palermo. L'ipotesi di reato é: CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA. Appresa la notizia mentre era a Roma, a Montecitorio, Mormino (Antonio, detto Nino), si é precipitato subito a Palermo e nel tardo pomerigio ha chiesto ed ottenuto di essere ascoltato dai magistrati della Procura (di Palermo). Per oltre un'ora ha reso spontanee dichiarazioni, avanti al procuratore aggiunto Sergio Lari ed ai sostituti Lia Sava e Michele Prestipino titolari dell'inchiesta.
Mormino fa sapere che non parteciperá ai lavori della Commissione Giustizia, dove nei giorni scorsi aveva presentato un emendamento per allargare (estendere) l'indulto anche ai "picciotti" di Cosa Nostra, fino a quando non sará chiarita la sua posizione: "la Magistratura ha il dovere di chiarire in tempi brevi se sono un mascalzone per consentirmi, se accertata la mia onestá, di svolgere l'attivitá parlamentare" - afferma appena uscito dalla stanza dei magistrati - E quando i cronisti insistettero per saperne di piú, rispose: "non ho certo detto di essermi accordato con Provenzano per fare leggi in suo favore !". Mormino, difensore di molti imputati di mafia é infatti accusato, dal boss pentito Antonio Giuffré, di essere stato eletto con i voti di Cosa Nostra per fare da tramite per i problemi di Giustizia. Stesse accuse per il senatore Battaglia che per un breve periodo fu difenzore di Leoluca Bagarella e che come Mormino, da quando i bosses in carcere lanciarono i loro "appelli" ai loro ex-difenzori finiti in Parlamento, sono da mesi scortati da Polizia e Carabinieri. Ma Giuffré non accusa soltanto Mormino e Battaglia, altri parlamentari siciliani sono sotto i riflettori della Procura di Palermo, mentre un'altro senatore, Gaspare Giudice é da tempo sotto processo ed oggi ascolterá dal vivo, nell'aula bunker di Milano, proprio Giuffré che lo ha indicato come uno dei candidati "proposti" ed appogiato dal boss Pietro Aglieri. É la seconda volta che Mormino finisce nel registro degli indagati. Negli anni scorsi, altri pentiti lo chiamarono in causa ma l'inchiesta fú poi archiviata. La nuova iscrizione ha provocato gli interventi del Consiglio dell'Ordine (degli avvocati) e della Camera Penale di Palermo che nei prossimi giorni affronteranno il caso. Solidarietá gli é stata espressa da Forza Italia, attraverso il suo portavoce Sergio Bondí mentre i diessini (Democratici di Sinistra) Lumia e Brutti chiedono che la vicenda sia affrontata anche dalla Commissione Antimafia.



BATTAGLIA Antonio

Nato a TERMINI IMERESE (PALERMO) il 20 Febbraio 1951
Residente in Termini Imerese (Palermo)
Avvocato
Elezione in data 13 maggio 2001
Proclamazione in data 17 maggio 2001
Convalida in data 25 luglio 2002
Segretario della Presidenza del Senato
Vicepresidente del gruppo ALLEANZA NAZIONALE
Membro della Giunta delle elezioni e delle immunita' parlamentari
Membro della 13ª Commissione permanente (Territorio, ambiente, beni ambientali)
Membro della Commissione parlamentare questioni regionali
Membro del Comitato parlamentare per i procedimenti di accusa
Membro della Commissione di vigilanza Cassa Depositi e Prestiti

Senato della Repubblica
- Sicilia -

Collegio 9 - Termini Imerese

 Candidato   Gruppo elettorale   Voti   % 
 BATTAGLIA ANTONIO   CASA DELLE LIBERTA'   63.563   49,83 
 PIRO FRANCESCO   L'ULIVO   38.163   29,92 
 AULICINO ARMANDO   DEMOCRAZIA EUROPEA   12.766   10,01 
 MOGAVERO GIUSEPPE   RIFOND. COMUN.   4.273   3,35 
 ALLEGRA MARIO   LISTA DI PIETRO   3.893   3,05 
 PUSATERI COSIMO   FRONTE NAZIONALE   2.039   1,60 
 CARUANA IN MINEO ANTONIA SANTA   PANNELLA-BONINO   1.851   1,45 
 MORANA FILIPPO   NOI SICILIANI   1.023   0,80 
 totali   127.571 
Sicilia:
Riepilogo regionale
   Dati convalidati dal Senato

Gruppo elettorale  Voti   Seggi 
 CASA DELLE LIBERTA'    1.245.527  20
 L'ULIVO    765.209  6
 DEMOCRAZIA EUROPEA    238.389  1
 RIFOND. COMUN.    92.055  -
 LISTA DI PIETRO    81.461  -
 PANNELLA-BONINO    39.725  -
 FRONTE NAZIONALE    36.676  -
 NOI SICILIANI    20.770  -
 LISTA FRANCO GRECO    4.284  -
 Totali    2.524.096  27
 

 

 

CRISI DELL'AUTO / VIAGGIO NELLA PROTESTA DEGLI OPERAI SICILIANI

 

I padroni della rivolta

Politici. Sindacalisti. Preti. E persino prefetti. Tutti a Termini Imerese lottano contro la Fiat per mantenere i posti di lavoro. Ma qualcuno ci marcia. Così.
di Marco Lilló

Succederanno cose brutte, dice don Ciccio Anfuso, arciprete di Termini Imerese. «Qui siamo di fronte a un terremoto e i politici non l'hanno ancora capito». Se il terremoto è la crisi della Fiat e l'epicentro è a Termini Imerese, l'epicentro dell'epicentro si chiama Bienne Sud.

Cinquecento metri prima dello stabilimento Fiat presidiato con striscioni e gazebo in un'atmosfera familiare, dagli operai e dalle loro mogli, c'è il capannone di questa fabbrica dell'indotto. Qui l'atmosfera è diversa. Niente televisore sotto la tenda a richiamare il focolare domestico con l'immancabile tv a colori alimentata dal generatore della Protezione Civile. Niente disegni dei bimbi a raffigurare un cielo azzurro e un'automobilina che vorrebbe essere una Punto con dentro tante belle cose e sotto scritto: «Fiat uguale lavoro. Lavoro uguale vestiti-pane-figli». Alla Bienne i ragazzi hanno gli occhi rossi di chi non dorme da un mese e non ha il coraggio di "taliare" gli occhi della figlia a cui non ha comprato il regalo di San Martino come usa da queste parti. Per capire cosa li aspetta, politici e manager, dovrebbero guardare negli occhi questi ragazzi illusi e delusi, infiammabili come un cerino e senza più nulla da perdere.

Avv. Antonio Battaglia, il senatore accusato di associazione mafiosa dal collaboratore di giustizia, GiuffréA Termini, "Bienne" vuol dire Battaglia. Antonio Battaglia, il senatore di Alleanza Nazionale è il padre di questa fabbrica di paraurti e di sogni nata due anni fa. Quando un imprenditore del nord decide di tentare l'avventura si appoggia al parlamentare del collegio. È lui a curare le pratiche dei finanziamenti regionali e soprattutto a scegliere i ragazzi. «Certo, li ho raccomandati tutti io», conferma con l'orgoglio di chi sa cosa vuol dire portare lavoro in una terra dove la disoccupazione, nonostante mamma Fiat supera il 25 per cento. Battaglia fa assumere centinaia di ragazzi, alternando contratti a termine di tre-sei mesi a periodi di stop. Li fa iscrivere al sindacato di destra, l'Ugl, portandolo al record storico, poi ne smista un po' alla Cisl, che da tempo va a braccetto con i finiani, non solo a Termini. Ma i comunisti della Fiom no, con loro è meglio non parlare. Tanto c'era lui a risolvere ogni problema. Quando l'anno scorso un lavoratore rischiava il licenziamento e minacciava di buttarsi giù dalla torre più alta il senatore, che è un avvocato penalista, ha interrotto un'arringa a metà per risolvere da par suo la vertenza. Grande affabulatore, elegante, sposato con la farmacista del paese, Battaglia è il tipico notabile siciliano che sa fare politica. La sua segreteria funzionava meglio di un'agenzia interinale. Alle elezioni i 100 che lavoravano, quelli rispediti in panchina ad aspettare un fischio e i tanti a cui era stato promesso un interessamento, hanno votato compatti con le loro famiglie. Prima di produrre migliaia di paraurti per le Punto, la Bienne ha prodotto altrettanti voti per il partito di Fini. Primo indiscusso alle politiche. Tutti lo ascoltavano come un oracolo.

«Balle», diceva il senatore quando quei comunisti della Fiom-Cgil hanno cominciato a parlare di crisi. I ragazzi intanto si sposavano e facevano figli. E ora sono proprio loro, i giovanissimi "patri di famigghia" della Bienne, l'avanguardia della protesta. Non perdono una manifestazione, una notte, un presidio e sono tutti iscritti alla Fiom. Quando il senatore Battaglia è intervenuto nella seduta aperta del consiglio comunale dedicata alla crisi, ha dovuto subire l'onta del lancio delle uova. I ragazzi della Bienne sono disperati. Se Fiat chiude il 2 dicembre, come annunciato dal piano industriale, il padrone può dichiarare fallimento e addio cassa integrazione. Nel Titanic della Sicilfiat, la Bienne è la terza classe. Questo mese come altri 1.800 operai Fiat e altrettanti nell'indotto, non avranno una lira in busta paga per lo sciopero. Da dicembre, se non arriva la cassa integrazione, saranno senza rete. Stesso destino per i ragazzi delle pulizie e delle manutenzioni. Nella seconda classe troviamo i commercianti. Basta fare un giro il sabato nel corso di Termini bassa, un tempo affollato di macchine in doppia fila cariche di sacchetti pieni di stivali e telefonini per toccare il baratro. Stanno tutti sulla porta e si guardano con lo sguardo perso nei conti. «Qui si spende sotto le feste dei morti e di Natale. L'anno scorso ho fatto 50 milioni di lire di scontrini», dice Loredana Ardizzone, gioielliera, moglie di un operaio a termine della Bienne ora emigrato a Milano. «Quest'anno non arriviamo a dieci milioni di lire», racconta. «A gennaio chiudo e vado a fare la commessa a Milano». Due vetrine più avanti c'è il laboratorio del fotografo dei matrimoni di Termini. «Ne hanno cancellati già cinque», racconta Vincenzo Boscarino consultando la sua agenda, «non c'è futuro. Io ho già preso contatto con uno studio di Buccinasco, vado a fare l'emigrante a cinquant'anni». Il supermercato Interspar, a due passi dallo stabilimento aveva sette casse ora ne ha una. Il centro Cascino, dove si compravano televisori e hi-fi ha licenziato cinque addetti. Giuseppe Antico, operaio dell'indotto, due bambini di otto e tre anni racconta: «Non esco più perché non me la sento di dirgli di no se chiedono un gelato. Il più grande ha capito tutto. Gli dico che non c'è problema, poi mi chiudo in stanza e piango».

Amuninne, fuggiamo via è la parola d'ordine. E quelli che se ne vanno sono i migliori. Nella prima classe della Sicilfiat stanno i 1.800 lavoratori della Fiat Auto e quelli delle aziende più grosse dell'indotto "ceduti" a società del gruppo come Magneti Marelli e Comau o a grandi multinazionali come la Lear. Avranno certamente la cassa integrazione ma questo non li salva dalla povertà. Perché è questa la parola adatta per descrivere la situazione di Francesco Conte, operaio della Lear, finora quasi benestante: «Su quattro fratelli, non si salva nessuno. Io lavoro alla Lear e vado in cassa integrazione, un altro era alla Bienne sud, un altro è già stato licenziato dalla sua ditta di manutenzioni e un altro è disoccupato. Tutti abbiamo famiglia e non c'è una lira in banca. Al Banco di Sicilia confermano: «Ci sono 800 conti correnti di operai, e la metà ha dei prestiti o dei mutui. Rispediamo le pratiche alla centrale, chiedendo di non aggredire il patrimonio, che tanto non c'è nulla da aggredire».

Il ministro Antonio Martino dice che sono le regole del mercato. Che un'azienda deve essere risanata anche a costo di sacrifici. Ma a Termini Imerese non c'è mai stato il mercato. Neanche nella Fiat. Anzi nella Sicilfiat. La Regione contribuì all'investimento acquistando il 40 per cento della Sicilfiat. Quattro mesi dopo l'avvio della produzione Fiat incassò tutte le quote senza pagare una lira. Non c'è mai stato mercato nemmeno nella selezione del personale. Con il collocamento comandavano i sindacalisti. A tirare le fila erano Cisl e Uil, ma anche la Cgil ha partecipato alla gestione del potere. Poi, abolito il collocamento, il pallino passò nelle mani dei capireparto. E non c'è da stupirsi allora che il clima aziendale fosse narcotizzato.

A settembre la Fiom-Cgil aveva avuto sentore della chiusura e aveva proclamato lo sciopero. Il rappresentante della Fim-Cisl, Giuseppe Vuono ha fatto distribuire ben due volantini contro la Fiom dei catastrofisti. Lo sciopero è fallito. Una settimana dopo la Fiat ha annunciato la chiusura. Ed è allora che è successo quello che nessuno si attendeva, i lavoratori, le famiglie, il sindaco, il prete, tutto il paese di Termini e il circondario sono scesi in piazza. I politici hanno dovuto recuperare goffamente. «Il consiglio comunale occupa il comune», c'è scritto sul municipio. Quattro parlamentari della Casa delle Libertà , compreso il viceministro e coordinatore regionale di Forza Italia, Gianfranco Micciché, hanno sottoscritto un documento in cui si impegnano a non votare la finanziaria. Un impegno dimenticato in Parlamento. Solo il sindaco forzista Luigi Purpi ha saputo prendere in mano la situazione sospendendo i pagamenti delle tasse municipali e cercando una via di uscita con Gianni Letta. Ma non è lui il leader della protesta. La gente si è naturalmente stretta attorno a Roberto Mastrosimone, segretario territoriale della Fiom-Cgil. Alle ultime elezioni ha preso 120 voti, contro i 20 del secondo. Quarant'anni, da 14 in Fiat, un sindacalista fuori dai cliché. Bocciato alla maturità, una giovinezza passata a tirar tardi nelle notti palermitane cogli amici che ora si trova accanto alla catena di montaggio. Roberto Mastrantonio, veste alla moda, la camicia a righe trasversali botton down e le asole in tinta, le scarpe nere in stile babbuccia, che subito lasciano il posto alle Nike Air se c'è da marciare, con la camicia jeans fuori dalla cinta. Le giornaliste se lo mangiano con gli occhi e la moglie soffre tenendo per mano il bimbo di otto anni. Il suo modello è Sergio Cofferati ma la politica non gli piace, eppure è un gran politico. Nonostante il boicottaggio di settembre, ha subito stretto la mano al collega della Fim, Vuono e col segretario locale della Uil, Vincenzo Comella, ha formato un triumvirato inossidabile.

"I pentiti" li chiamano gli operai della Fiom. Lui fa finta di non sentire. Le sigle non contano. Questa non è una lotta operaia. È la rivolta di un paese anzi di un circondario, che va da Cefalù a Palermo, senza speranza né alternativa. Si parte ogni giorno puntando un obiettivo più alto: il porto, l'aeroporto, lo Stretto. Organizzati nei turni come in fabbrica, dalle sei alle 14 e dalle 14 alle 22. Le donne hanno formato un coordinamento e hanno ritirato le schede elettorali di 5 mila persone per usarle come arma di pressione sulla politica. Sono diplomate, vestono elegantemente e se c'è una cosa che le manda in bestia è l'immagine trasmessa da "Ballarò" in televisione della femmina siciliana in nero dietro la porta. Silvana Bona è la coordinatrice. Ma chi mette i soldi? L'arciprete Ciccio Anfuso, vero segretario amministrativo e finanziatore della rivolta. È lui a firmare gli assegni per i pullman e i panini, con i soldi delle offerte. L'altro giorno il vecchio Lagostina, quello delle pentole, gli ha scritto offrendo una mano. Don Ciccio scrive a Berlusconi e si fa carico di chi ha le finanziarie alle calcagna. Martedì ha denunciato il rischio usura al prefetto di Palermo Renato Profili, e non parlava per sentito dire.

Profili e le forze dell'ordine sono un altro puntello delle manifestazioni. È stato il prefetto a mettere a disposizione il treno per bloccare lo stretto di Messina. Una contraddizione che dimostra la consapevolezza del dramma e la sua lungimiranza. A Messina il Questore bloccava le macchine al posto degli operai. Un deputato come Beppe Lumia, dei Ds, che compra di tasca sua, lontano dalle telecamere, 300 panini e lontano dai flash, si fa trovare alle tre e mezza di notte alla stazione dei treni per dire buon viaggio ai suoi ex compagni di scuola.

Ma appena esci dalla Sicilia la musica cambia. Il 13 novembre a Napoli s'è tenuto un coordinamento dei rappresentanti sindacali di tutte le fabbriche Fiat. Gli operai di Termini, appoggiati dal segretario della Fiom regionale Claudio Sabattini, volevano il blocco simultaneo della produzione da Arese a Mirafiori, da Pratola Serra a Termoli, fino a Melfi. Nei piani concordati da Fiat e Gm ci sono due stabilimenti che certamente non chiuderanno: Pratola Serra dove si producono i motori che fanno gola agli americani e Melfi, con i suoi bassi costi del lavoro. Ma proprio Melfi, dove si producono le stesse Punto di Termini, con ritmi massacranti e stipendi più bassi, ha scioperato solo un giorno. Mors tua vita mea. Se Termini vince e resta aperto saranno Melfi e Mirafiori a dover rinunciare a una fetta di produzione. E allora si comprende perché Termini ha un nemico imbattibile. Non sono gli operai di Melfi. Spiega don Ciccio Anfuso, «Neanche se intervenisse il Papa vinceremmo. Perché in questa terra comanda un Dio cattivo e superiore: il mercato». E si mette la mano davanti alla bocca come avesse detto una bestemmia.

 


Pazzesco!! Dell'Utri e Previti sotto scorta


  • To: "voce ML peacelinks" <[email protected]>
  • Subject: Pazzesco!! Dell'Utri e Previti sotto scorta
  • From: "giuseppe scano" <[email protected]>
  • Date: Fri, 16 Aug 2002 14:29:12 +0200

«COSA NOSTRA CERCA OBIETTIVI SIMBOLICI PER AZIONI DELITTUOSE» Informativa del Sisde: reazione per il 41 bis ROMA DUE informative riservate del 17 e del 19 luglio, inviate dal direttore del Sisde, Mario Mori, ai vertici dell´Arma dei carabinieri, della Finanza e della Polizia, lanciano l´allarme sul rischio di una reazione violenta di Cosa nostra alla decisione del governo (e dell´opposizione) di stabilizzare il 41 bis, il carcere duro per i mafiosi. In queste informative, il Sisde ipotizza che sotto tiro, obiettivi a rischio di un´azione militare della mafia, siano finiti due parlamentari di Forza Italia: il senatore Marcello Dell´Utri e l´onorevole Cesare Previti. Gli investigatori stanno «analizzando» l´attività professionale di sette avvocati parlamentari siciliani, per avere un quadro dei «clienti» degli stessi, che potrebbero essere possibili destinatari dei messaggi-proclami lanciati nei giorni scorsi dai detenuti ristretti al 41 bis. Nella prima informativa, il Sisde analizza il proclama letto il 12 luglio scorso, nel corso di un dibattimento in un processo a Trapani, dal boss Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina, ricordando anche la lettera aperta inviata il 28 marzo scorso dal boss Pietro Aglieri al procuratore nazionale antimafia, Pier Luigi Vigna, e al procuratore di Palermo, Piero Grasso, nella quale si cercava di aprire un «dialogo» con lo Stato. Bagarella, in quella occasione, naturalmente a proposito del 41 bis, gridò che i detenuti sottoposti al cercere speciale erano una sorta di «merce di scambio tra le varie forze politiche». Secondo l´informativa del Sisde, Cosa nostra potrebbe individuare, nel breve o medio periodo, alcuni obiettivi «simbolici» per azioni delittuose, verosimilmente personalità politiche. E il direttore del Sisde, Mario Mori, indica esplicitamente i nomi dell´onorevole Cesare Previti e del senatore Marcello Dell´Utri sulla base della loro «vicinanza» al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. I due, secondo il Sisde, «non sono in grado» di suscitare, nel momento in cui siano colpiti, una reazione da parte dell´opinione pubblica simile a quella del `92, dopo le stragi Falcone e Borsellino, perché - sottolinea sempre l´informativa -, «come è noto», sono oggetto e al centro di inchieste e processi giudiziari. Il proclama di Bagarella, dunque, fa ipotizzare alla nostra intelligence la possibilità che Cosa nostra possa eseguire un delitto eccellente. Nella seconda informativa, inviata il 19 luglio, il Sisde commenta e analizza la lettera appello inviata da diversi detenuti al 41 bis al segretario dei Radicali, Daniele Capezzone, dal carcere di Novara. In quella lettera, sottoscritta da diversi boss mafiosi come Salvatore Madonia e Cristoforo Cannella, si rendono note le ragioni della protesta contro il trattamento del 41 bis. «Dove sono - si chiedono i firmatari della lettera - gli avvocati delle regioni meridionali in cui più sono i detenuti sottoposti a questo regime (il 41 bis, ndr) che hanno difeso molti degli imputati di mafia, e che ora siedono negli scranni parlamentari, e sono nei posti apicali di molte commissioni preposte a fare queste leggi? Loro erano i primi, quando svolgevano la professione forense, a deprecare più degli altri l´applicazione del 41 bis. Allora svolgevano la professione solo per far cassa». Nella informativa, il Sisde rileva che «in ambienti di interesse» la lettera dei detenuti di Novara viene interpretata come indicativa della richiesta agli esterni di pianificare «azioni delittuose». Una tesi sulla quale non tutti gli investigatori si ritrovano d´accordo, perché - rilevano in sostanza - «la Cosa nostra che fa riferimento ai Corleonesi al 41 bis, non sarebbe in grado, dal punto di vista militare, di pianificare un omicidio politico-terroristico». Sempre alcuni investigatori ipotizzano che «il messaggio di Bagarella, con quel suo riferimento alle varie forze politiche, potrebbe annunciare che qualche mafioso, non direttamente i capi, potrebbe raccontare segreti indicibili sulle promesse e le trattative intavolate in questi anni da esponenti politici di diversi partiti». Di certo, l´informativa del Sisde ha portato alla decisione di dare la scorta al senatore Marcello Dell´Utri. Contemporaneamente, però, gli investigatori stanno analizzando la situazione di diversi avvocati-parlamentari che sono stati indirettamente chiamati in causa nella lettera dei detenuti di Novara. In particolare, si sta cercando di avere un quadro reale dell´attività professionale, cioé dei «clienti» degli stessi legali. E questo lavoro riguarda intanto sette parlamentari di Forza Italia, Alleanza nazionale e dell´ Unione di Centro. I sette avvocati-parlamentari sono: il ministro per i rapporti con le regioni, il senatore di Forza italia Enrico La Loggia, il presidente della Camera penale di Palermo, attuale vicepresidente della commissione Giustizia della Camera, Nino Mormino, il senatore di A.N. Antonio Battaglia, eletto nel collegio di Termini Imerese, l´ex sindaco di Castelvetrano Giuseppe Bongiorno, anche lui di A.N., come del partito di Fini è anche Enzo Fragalà, della commissione Giustizia della Camera. In questo elenco ci sono, infine, anche l´attuale capogruppo al Senato di Forza italia, l´avvocato Renato Schifani e l´onorevole dell´Udc Francesco Saverio Romano, eletto nel collegio di Bagheria.

fonte: www.lastampa.it/EDICOLA/sitoweb/cronache_italiane/art2.htm


 
 

La Procura di Palermo indaga su deputato di Forza Italia

Antonio Mormino, vice-presidente della commissione Giustizia, sotto inchiesta per concorso esterno in associazione mafiosa

Il fascicolo aperto sulla base delle dichiarazioni di Giuffré
Bondi: "Solidarietà e pieno sostegno al nostro parlamentare"

Avv. Antonio Mormino, Termini Imerese (Palermo) PALERMO - Antonio Mormino, vicepresidente della commissione Giustizia della Camera, deputato di Forza Italia e relatore del provvedimento sull'indulto, è indagato per "concorso esterno in associazione mafiosa", sulla base delle accuse del pentito Antonino Giuffré. Dalla procura di Palermo sarebbe partito un avviso di garanzia ma il deputato ha deciso di andare spontaneamente dai pubblici ministeri palermitani e, accompagnato dal figlio avvocato, si è presentato al palazzo di giustizia.

Al palazzo di Giustizia di Palermo nessuno vuole entrare nel merito della vicenda, tanto meno vuole farlo il procuratore capo Pietro Grasso che però, dopo appena due giorni, è costretto ad interrompere le vacanze per tornare dietro la sua scrivania. Parla, restando anonimo, un suo aggiunto: "L'iscrizione nel registro degli indagati avviene quando ci sono elementi che rendono necessaria un'indagine per verificare qualcosa".

Il pentito Giuffré ha raccontato che la candidatura di Mormino, avvocato di noti boss mafiosi, rientrava tra quelle sponsorizzate da Provenzano. La tesi della Procura è ora che dopo queste dichiarazioni non si poteva fare altro che aprire un fascicolo. "Non è un fatto di valutazione del merito - ha detto ancora il magistrato trinceratosi dietro l'anonima - ma è in funzione del principio di obbligatorietà dell'azione penale. Se c'è una notizia che può costituire un reato allora c'è la necessità di svolgere indagini. Anzi, il pubblico ministero ha l'obbligo di farlo".

E la vicenda palermitana ha, ovviamente, avuto una sua eco in Parlamento con Forza Italia schierata come un sol uomo a difesa del suo deputato. E' Sandro Bondi, portavoce degli azzurri, ad esprimere a Mormino la "piena solidarietà" del partito e ad augurarsi che "tutte le forze politiche, indistintamente, sentano il dovere di prendere la parola per mettere fine a questo stillicidio di notizie di presunte rivelazioni che gettano discredito sull'intero Parlamento e sulla reputazione di uomini politici noti per la loro rettitudine e onestà". Il portavoce di Forza Italia ritiene quindi che "a questo punto anche la commissione parlamentare Antimafia abbia il dovere di intervenire per fare piena luce su quanto accade".

"L'avviso di garanzia, di cui abbiamo notizia soltanto dalla stampa, recapitato all'onorevole Mormino - ha affermato Bondi - getta un'altra luce preoccupante sulla sequela di presunte rivelazioni di alcuni pentiti, che, per le modalità in cui avvengono, fanno strame del buon senso e delle leggi che regolano e disciplinano puntualmente le deposizioni dei pentiti". "All'onorevole Mormino - ha proseguito Bondi - va la piena solidarietà e il convinto sostegno di Fi per la sua figura di galantuomo, da tutti riconosciuta, e per l'impegno profuso in Parlamento sul fronte della modernizzazione dell'apparato giudiziario e a favore di misure di carattere umanitario a garanzia dei diritti fondamentali di ogni cittadino, impegno che raccoglie un ampio consenso fra le forze politiche di maggioranza e di opposizione".

(tratto da " La Repubblica - 22 gennaio 2003 ")



MORMINO Antonio (detto Nino) [email protected]
Nato
a TERMINI IMERESE (PALERMO) il 23 giugno 1938

Laurea in giurisprudenza; avvocato

Eletto con il sistema maggioritario nella circoscrizione XXIV (SICILIA 1)
Collegio: 5 - Cefalù
Lista collegata: ABOLIZIONE SCORPORO
Proclamato il 19 maggio 2001
Elezione convalidata il 6 marzo 2002
Iscritto al gruppo parlamentare: FORZA ITALIA dal 4 giugno 2001
VICEPRESIDENTE della II COMMISSIONE GIUSTIZIA dal 21 giugno 2001
II COMMISSIONE GIUSTIZIA dal 20 giugno 2001

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CRIMINI IGNORATI sono CRIMINI PROMOSSI ed AVALLATI !